Ricordati di ricordare

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Ci risiamo, è l’8 Giugno e sono già settimane che penso all’avvicinarsi del giorno più brutto (leggasi post precedente).

Eppure le cose sono cambiate. Quella sensazione inesorabile di arrivare al punto di rottura, di aspettare la goccia che farà traboccare un vaso (più che un vaso è la diga del Vajont)
e finalmente sfogare tutta la rabbia e la tristezza che accumulo in 364 giorni quest’anno
è sparita. Non escludo che arrivi domani, terapeutica come sempre, ma per ora non c’è.

Probabilmente è perché sono le 21:00 e sono ancora in ufficio, da solo.  A casa sono solo.
In palestra sono solo con me stesso. In questi giorni ho sapientemente centellinato
la compagnia degli altri, così da non dover nascondere il cattivo umore né mimare
una allegria che nel giorno più brutto davvero non mi appartiene.

Per ora me ne sto qui, con le cuffie nelle orecchie ma con la musica spenta, mi godo
il silenzio. Mi preparo ad onorare la mia giornata annuale della tristezza e del dolore e cerco di godere dei pochi, preziosissimi doni che questa bruttura mi ha regalato.

(Che vergogna, non scrivo da un anno).

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Il giorno più brutto.

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Guardo l’ora e mancano dieci minuti. E dieci minuti fa ne mancavano 14. Il giorno più brutto si avvicina e diamine se lo percepisco. 

Me ne sono dimenticato una sola volta. Ho provato tanta di quella vergogna da poterci riempire una piscina ed annegarci. Ho sentito di tradire il ricordo, di aver aver saltato un impegno, mancato un gesto obbligato. Infine mi sono convinto che mi avresti detto di smetterla, di non preoccuparmi, di andare avanti.

Ora ne mancano sette, di minuti.
Sono lunghi quasi quanto i 22 anni che sono passati.

Col tempo ho capito che questo giorno mi serve per dimenticare. Concentrare tutto in 24 ore, comprimere i pensieri, il dolore e prepararmi ad un altro anno in cui sentirò la tua mancanza e comunque sarai messa da parte. Ho dovuto metterti da parte. Ho messo anche me da parte per poi ritrovarmi a fatica.

Manca un minuto. Ho tante cose da dirti e solo 24 ore in cui farlo, poi ci risentiremo fra un anno. C’è silenzio. Ciao.

Adesso vi spiego tuonò il Re dal suo trono –
adesso vi spiego perché son io un Re buono!
Durante il mio regno ne ho fatte d’imprese,

ho costruito le torri e protetto il Paese!
Ho battuto le strade e costruito un castello,
ho alzato un ponte per guadare il ruscello!
Ed ora accampate diritti al mio trono?
Ritiratevi genti, ve lo dice il Re Buono!

Invero Sire – disse un uomo impettito –
invero Sire voi non moveste un sol dito!
Furono i fabbri a forgiare le spade,
a tenere i confini son state le armate!
Persino il castello i mastri l’han fatto,
Vivesti nell’ozio e ormai sei un po’ matto!
Abbandona il trono e facci regnare,
che sia la Repubblica, devi tosto abdicare!

Il Re, furioso, chiamò allora le guardie,
di tutti i suoi cani fece aprire le gabbie;
Ordinò – al fuoco ogni dimora e bottega! –

volle distrutta ogni cosa per fermar la contesa.
Allor sospirò rivolto al regno morente –

Se non sono un buon Re, regnerò su un bel niente.

Il Re Buono – Favola Insonne – 00:55

Favole Insonni, Senza categoria

Se ne stava tranquillo nella sua tana un bel topo
arrostendo una ad una le castagne sul fuoco,
d’un tratto una serpe lo venne a trovare,
striscio nella tana, la coda fece vibrare.
Che strano rumore produsse a quel modo!
Poi chiese al ratto “Posso scaldarmi al tuo fuoco?”
Seppur impaurito ma per buona creanza
il topo rispose “Sei il benvenuto, avanza!”
Così il serpente strisciò più vicino
con le sue lunghe spire circondò il topolino.
Veloce come un lampo, un fulmine invero
la serpe mangiò il topo e dormì un giorno intero.

La serpe e il topo – Favola insonne – ore 01:30

Favole Insonni

Cadde la Luna quella notte dal Cielo,
la Luna cadde e il perché fu un mistero.

Cadde dalle stelle come una foglia dai rami
e cadendo cercò di afferrar con le mani
ogni sasso o meteora che accanto passava
ma tra le dita solo polvere, null’altro restava.

Allora si arrese, si lasciò infine cadere,
si schianto ed esplose in un grande cratere,
La trovarono in terra in mille e più pezzi
La trovarono spenta, senza ormai più riflessi.

Perché la Luna cadde rimase un mistero.
Cadde la Luna quella notte dal Cielo.

Cadde la Luna – Favola insonne – ore 04:37

Favole Insonni

Lecce, Otranto, Bari

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Nikon D80.

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Istanbul

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Vorrei scrivere qualcosa di bello e di interessante. Qualcosa che riesca a trasmettere quanto questo luogo mi abbia colpito, il bello di stare sulle spine per i primi giorni e poi sentirsi a casa. Ma non ne sono capace.

Questo viaggio è stato un caso. La destinazione era un’altra e la Turchia doveva essere soltanto uno scalo. I piani sono cambiati e la sorpresa è stata magnifica.

Istanbul è un luogo strano, un frullato di oriente ed occidente. Ti ritrovi ad essere circondato da contrasti: donne con abitini estivi e gambe scoperte, donne con il velo ed il viso truccato, donne che camminano spensierate e coperte da nuvole di tessuto nero fin sopra gli occhi;
La modernità delle vetrine dei negozi con l’eleganza del nero e del giallo limone dei banchi di venditori di cozze; Quartieri caotici, baracche ed una linea metro nuovissima che passa sotto ad un braccio di mare; La gente che si lava i piedi nei bagni e nelle moschee al richiamo della preghiera e quella che continua a scrivere al cellulare seduta bevendo tè. Nonostante le persone, gli odori, i suoni siano diversi c’è un’energia simile a quella di Roma, una forza che nasce da millenni di storia, invasioni, domini e contaminazioni. E come per Roma, per Istanbul è amore.

Le persone sono sfuggenti, timide ma ospitali. La città è immensa e sempre diversa, il Corno d’Oro è caotico ma magnifico. Il Bosforo separa due continenti ma li tiene uniti. Le Isole dei Principi poi, sono un gioiello.

Il sapore del cibo, il bagno con le meduse nel mar di Marmara, la mia guida turca Dogus, il tatuaggio che ci siamo fatti tutti e tre sul costato, il bagno turco, il massaggio e il vecchio che ti insapona, la voglia e l’incapacità di contrattare i prezzi, il perderci e mettere piede in Asia, il caffè e il negozietto davanti alla torre di Galata, il bar all’ultimo piano con una vista spettacolare, la disco affollatissima che non riesci a muoverti, il ristorante sulla scogliera,
il giro dell’isola in bicicletta. Tutte cose che non ho potuto fotografare ma che vorrei potervi far viver attraverso i miei occhi.

E quando sento parlar male dei turchi mi basta dirgli “A San Pietro se hai le spalle scoperte ti cacciano dalla chiesa. In Turchia ti prestano un telo pur di farti visitare la moschea”.

 

Cazza la gomena, è Domenica.

Blog, su_di_me

La Domenica mi turba, c’è poco da fare.

Ci sono le partite o la Formula 1 (aborro!), ci sono i contenitori TV con la d’Urso o Giletti e le loro mimiche facciali da circo equestre (aborro!), ci sono gli automobilisti stanchi che occupano 3 corsie con una Fiat Punto in barba a tutte le leggi della fisica quantistica (aborro gli automobilisti stanchi, non la quantistica), il tempo immobile (aborro!), l’ipocrisia delle funzioni religiose (aborro!) e delle pettegole che affollano la piazza del paese e dei quartieri (aborro!) e la mia personalissima e stucchevole mania di ripetere la stessa cose più volte (aborro!).

La palestra è aperta soltanto di mattina, in effetti ci son già stato. Devo quindi arrendermi al tedio post-prandiale. Non mi resta che scorrere mentalmente le possibili alternative e depennarle una ad una:

– Dormire. Non ho voglia di dormire.

– Dedicarmi alle serie TV, ma quelle interessanti le divoro già nelle serate infrasettimanali.

– Museo. C’è una retrospettiva su Henri Cartier Bresson al museo dell’Ara Pacis o Escher al Chiostro del Bramante. Ah già, è Domenica e ci sarà troppa gente per i miei gusti.

– Un film. Scherziamo? Riuscite davvero a guardare un film intero stando da soli sul divano senza deprimervi per l’essere in età da marito e senza uno straccio di beccafico che strambi a poppa e cazzi la gomera sotto il plaid insieme a voi? Diamine se siete strani.

– Leggere. Significherebbe dormire e non ho voglia di dormire.

– Fare un dolce. Sono a dieta e non ho nessuno a cui propinarlo (non che si siano mai lamentati, eh!). E poi i dolci si fanno con affetto, per qualcuno. Uno NON si prepara una meravigliosa torta cioccolato e pere per sé, fa troppo commedia romantica anni ’90.

– Le foto di Istanbul, dovrei sistemarle. Correndo il rischio di provocarmi un attacco di nostalgia turbinante con conseguente terapia d’urto ipercalorica a base di tutto quello che c’è in dispensa, sensi di colpa fulminanti e adiposità localizzate in corso di delocalizzazione, col culo che mi faccio poi in palestra per metter su un fisico decente. No, grazie.

– Vari ed eventuali inviti sono rimandati alla sera, quindi devo trovare la chiave per sopravvivere a questo pomeriggio.

Inutile girarci intorno. La verità è che la Domenica non mi piace perché è un momento d’intimità ed al momento posso definirmi intimo soltanto con la biancheria e col detergente (e solo perché intimi per definizione). Per me la Domenica è passeggiata fuori porta con un panino, riprendersi dal Sabato sera, cucinare per due, giocare insieme con la Wii, bere una tisana, invitare qualcuno a cena e ordinare la pizza perché non si ha voglia di sporcare la cucina. La Domenica è il fai-da-te, annaffiare le piante, le incursioni di un Agapornis Roseicollis (in foto) che ti morde le orecchie se non gli presti attenzione ed un film intero stando sul divano con il beccafico che stramba a poppa e cazza la gomera sotto il plaid.

Questa intimità mi manca. In questo fortunatamente breve momento di serietà non posso far a meno di notare che quando si ha qualcosa e poi lo si perde, tutto cambia sapore. I ricordi trasformano il non-aver-avuto in non-aver-più. All’amaro si mischia quella nota dolce di contrasto che un po’ fa male e che di Domenica quasi uccide.

E se le opzioni sembrano finite me ne invento di altre e mi obbligo a scegliere. Mi vesto, prendo il tram e passeggio per Roma, fortunatamente abbastanza grande da contenere me, il mio odio per la Domenica e questo brutto sapore che ho in bocca.